Artivismo – Quando la poesia diventa forma di resistenza

Un’analisi critica del nuovo libro di Alessandra Pilloni, con fotografie di Daniela Di Bartolo

In un panorama letterario dove la poesia rischia spesso di ridursi a sussurro privato o esercizio di stile, Artivismo di Alessandra Pilloni emerge come un’opera che restituisce alla parola poetica il suo peso originario: quello di incidere, interrogare, trasformare.

Non un semplice “libro di poesie”, ma una voce che attraversa corpo, pensiero e mondo, ricomponendo un’alleanza necessaria tra immaginazione, natura e impegno civile.

Una voce che crea relazione

La prima cosa che colpisce in Artivismo è la solidità della voce poetica.
Pilloni scrive da un “io” che non è mai ego, ma luogo di passaggio, punto d’incontro tra esperienze individuali e tensioni collettive.

È un io che parla a nome proprio, e allo stesso tempo porta con sé un “noi” fatto di donne, radici, fiumi, animali, antenate e viventi.
Un io che interroga il nostro tempo senza rinunciare alla carne del vissuto.

Come in questi versi, che aprono una riflessione tanto intima quanto universale:

“Ci sentiamo vivi
se gli altri ci vedono vivere.
E in assenza di qualcuno che ci guardi cosa siamo?”

In poche righe la poetessa mette in crinale la nostra dipendenza dallo sguardo esterno, offrendo una domanda che pesa come una pietra nel silenzio.

Un libro costruito come un ecosistema

Artivismo non è una raccolta frammentata: è un ecosistema poetico.
Tutti gli elementi ritornano, dialogano, si trasformano.
Il mare, il vento, le radici, la coda perduta dell’umano–animale, il bosco, le sorelle, l’acqua, la metamorfosi: ogni tema è un nodo che si riaccende da una poesia all’altra.

Niente è ornamentale.
Tutto è struttura.

Il corpo come luogo politico

Tra le poesie più potenti del libro, Io divento di granito concentra magistralmente la poetica della metamorfosi, che è anche una dichiarazione identitaria:

“Io divento di granito quando intorno cercano di plasmarmi.
Allora dici che sono troppo dura.
Io divento di fuoco quando il gelo dell’ingiustizia
prova a congelarmi il cuore.”

Qui la trasformazione è la forma stessa della sopravvivenza.
Il corpo non resta mai inerte: si adatta, risponde, si difende, brucia, scorre, si solleva.
Essere mutevoli non è fragilità: è la più antica forma di intelligenza naturale.

Pilloni cattura questa verità con una lingua limpida, immediata, ma costruita con estrema consapevolezza letteraria.

Ecofemminismo incarnato, non dichiarato

L’ecofemminismo non è un’etichetta in questo libro: è un respiro che muove ogni verso.

In Senti non mi interessa la poetessa firma uno dei più vibranti inni alla libertà dei corpi:

“È mia sorella e combatterò perché possa sempre e ovunque essere come vuole.
La abbraccerò tonda o quadrata,
e arrufferò anche i miei capelli per farle compagnia.”

La poesia diventa qui solidarietà, genealogia, alleanza.
La Natura è sorella, le donne sono Natura, e la cura reciproca è un atto politico tanto quanto l’opposizione alla violenza strutturale.

Pensiero poetico, non poesia pensata

Una delle qualità più alte del libro è la sua capacità di pensare poeticamente.
Pilloni non spiega: mostra.
Non teorizza: incarna.
Non predica: trasforma immagini in domande.

Accade in modo netto in Rimettiamo le anime nei loro posti:

“Rimettiamole nei boschi, nei fiumi, nelle rocce.
Ma anche nei gesti di chi cura,
nelle mani di chi fa il pane,
nei piedi di chi porta l’acqua.”

Qui la poesia non è “sulla natura”.
È la natura che parla per bocca della poesia.

Il valore delle fotografie: uno sguardo che non illustra, ma accompagna

Le fotografie di Daniela Di Bartolo non decorano l’opera: la completano.
La loro forza sta nell’essere un controcanto visivo – non didascalico, non mimetico, ma ritmico.

Ogni immagine sembra dire al lettore: “guarda meglio”.
E questo guardare meglio è parte integrante dell’artivismo.

In un’epoca in cui molta poesia contemporanea si rifugia nel distacco, nell’ironia, nel non-sentire, Artivismo compie un gesto controcorrente e coraggioso: si espone senza paura, con la serietà di chi crede davvero nella parola.

La bellezza, qui, non è consolatoria: è una forma precisa di insubordinazione.