Dove cade la poesia: una poesia che non vola

«Si crede a chi cade, a chi barcolla, a chi si sporca le mani e la voce»
— Vik Stragovin

Ci sono versi che non chiedono di essere capiti, ma di essere vissuti.
Versi che non si levano verso il cielo in cerca di purezza, ma affondano nel fango del reale, nella vita che pulsa tra le crepe delle città e nei silenzi delle case comuni.
È questa la poesia in cui crediamo: quella che cade a terra, che tocca il suolo, che non si vergogna di appartenere agli esseri umani.

Da troppo tempo, la poesia viene raccontata come un linguaggio “alto”, separato dal mondo, confinato nei salotti o nelle aule.
Noi pensiamo il contrario: la poesia nasce dal basso, dal popolo, dal dolore e dalla bellezza delle persone che attraversano le proprie giornate con fatica e desiderio.
La poesia non è una fuga dal mondo, ma un ritorno ad esso.
È il suo sguardo più vero, la voce che svela ciò che resta invisibile.

Il poeta non offre risposte né consolazioni, ma una forma di onestà radicale.
La sua poesia è un atto politico, ma anche un atto di cura.
È artigianato e resistenza, scrittura che nasce dal quotidiano: dai bar, dai balconi, dai fallimenti che ognuno porta addosso come una cicatrice.
È una poesia che non teme di mostrare il dolore, ma lo trasforma in un gesto di dignità.

Crediamo in questa forma di bellezza imperfetta.
In una letteratura che non si mette in posa, che non rincorre la moda dei filtri o dei premi, ma resta fedele alla propria necessità.
Pubblicare poesia oggi significa assumersi una responsabilità: difendere la parola come spazio di libertà, di disobbedienza, di umanità.
Significa dare voce a chi non ce l’ha, riportare il sacro nel quotidiano, non come religione, ma come atto d’amore verso la realtà.

Non ci interessa la poesia che pretende di “volare in cielo”.
Ci interessa quella che cade sulla terra, che inciampa, che sanguina, che si ferma un attimo per respirare e poi riprende il cammino.
La poesia che nasce dalle mani, dagli occhi, dalle piazze, dalle vite vere.
Quella che osa ancora parlare di fallimento, di perdita, di fragilità, in un tempo che esalta solo la performance e l’apparenza.

Perché la poesia, quando è autentica, non salva: ricorda.
Ricorda chi siamo, da dove veniamo, e quanto è prezioso tutto ciò che abbiamo perso.

E forse è proprio in quella caduta — nell’urto col mondo — che la poesia si rialza davvero.

Vik Palmieri