La “prima” raccolta poetica di un autore è sempre una sfida, una scommessa.
Innanzitutto per l’autore che, ad un certo punto, ha sentito di essere pronto, tanto da volersi svelare al “suo” pubblico. Ma anche per il suo editore che ha accettato la sfida e per quello che scriverà la prefazione. Solo per i lettori si tratta di un invito alla scoperta.
Ogni opera prima ha, infatti, delle caratteristiche sue proprie che la rendono, quasi sempre, unica ed irripetibile.
È, infatti, davvero molto raro che le opere successive siano anche solo in parte riconducibili al pathos, alle tematiche, allo stile dell’opera prima: in una parola, ai muscoli del poeta (siano essi ipotrofici o ipertrofici).
Fra l’altro (ma questa è una opinione personale) perché un poeta dovrebbe, per forza di cose, usare sempre lo stesso linguaggio, sempre gli stessi stilemi, trattare sempre gli stessi argomenti nelle opere successive?
Il poeta ha il diritto di “ripetersi” o di “non ripetersi”: e questa è la sua vera libertà.
La poesia nel tempo e nello spazio
Come “dovrebbe” essere noto, la poesia cambia nel tempo e nello spazio.
A seconda della lingua dell’autore, della sua cultura, delle sue letture, del suo vissuto.
Cambia in base alla dieta del poeta (un poeta ricco scrive diversamente da uno che ha seri problemi economici) e quindi anche in base al suo BMI (body mass index), al suo status sociale e, soprattutto, mentale (o anche psichiatrico, perché no?).
Alla marca delle scarpe e a come esse si consumano (indice indiretto della sua postura), ai suoi vizi, alle sue virtù, ai lavori passati o a quello attuale, al suo credo (anche ma non necessariamente politico).
Ma, soprattutto, la poesia si evolve nel tempo, all’interno della società e del linguaggio, e all’interno di quest’ultimo, cambia nei suoi stilemi.
La poesia italiana oggi
Spesso si sente dire che la poesia italiana è morta. Chi scrive queste righe non è d’accordo.
La poesia italiana è viva e vegeta (e Angelo A. Izzo ne è la conferma).
Si dice pure che la poesia non vende. E anche su questo non si può essere d‘accordo.
Di fatto non vende la poesia che cerca di scimmiottare, senza riuscirci, i poeti del passato. I quali, si badi bene, scrivevano nello stesso modo in cui parlavano. Trattando, fra l’altro, di argomenti a loro noti: erano “attuali per quei tempi” e per questo avevano successo.
Costringersi – oggi – in costrutti e tematiche arcaiche ha il sapore della pura masturbazione intellettuale, sterile e fine a sé stessa. E che ha, come unico risultato, quella di allontanare il poeta dalla sua realtà e, quindi, dal suo ipotetico lettore che è, invece, ben inserito nella realtà.
La voce di Angelo
Angelo Izzo è dunque, innanzitutto, attuale e molto ben inserito nella realtà.
Egli parla al lettore in modo chiaro: il lettore ha diritto di capire.
Nelle sue poesie, Angelo non ci parla (ma è un esempio) della sofferenza del bove, perché pochi sanno, oggi, che il bove è un bovino adulto, maschio, castrato. Ma, onestamente? A chi interessa, oggi, la sofferenza, pur consistente, del bove? Maschio, adulto e castrato ma non per sua libera scelta?
Egli parla, invece, della “sua” sofferenza, di uomo moderno, comune a molti altri (il “suo” pubblico) e non al cacciatore del Pleistocene.
Quando scrive:
“Cammino fino a consumarmi/incapace di perdere l’equilibrio/mi reggo sui monconi come un wendigo/Ho ingaggiato grasse lumache bianche/per sborrare sulle mie tracce/così da non farmi seguire dagli spettri” … “Infesta la mia mente/la visione di un uomo bloccato nelle viscere di un altro… Se solo potessi cacarlo via”
non c’è bisogno di un vocabolario. È chiaro di cosa sta parlando.
Provocazione ed urgenza
Angelo Izzo è forte, a tratti disturbante, eccessivamente eccessivo. Uno che violenta con le parole, che sa di farlo, che gode nel farlo e che non può farne a meno. Egli urla alla coscienza del lettore.
Non sappiamo se questa sua veemenza resterà costante nel tempo o se quella che vediamo è, semplicemente, la prima grande eruzione di una poetica troppo a lungo repressa. Staremo a vedere: credo che le opere sue successive saranno diverse da questa ma potrei sbagliarmi.
Certo è che, in alcuni punti, fra i lettori di questa sua opera prima i soloni storceranno il naso.
“Ho il cervello di Leone Trotsky fra le gambe/per aumentare/la portata rivoluzionaria del mio cazzo”
non è il verso più forte della raccolta ma dà un’idea del tipo. Come pure:
“La bocca di de Sade fa da ponte/fra la sua fessa e il mio tronco arso./”Posso prenderti a pugni/sul volto/mentre chiaviamo?/Domanda… “Ma certo./Io invece posso strangolarti/e sputarti/catarro in mezzo agli occhi plumbei?”
Angelo Izzo è un provocatore, un terrorista che ama provocare. Non fa sconti a nessuno e tantomeno a sé stesso: in questo è democratico.
Parla quasi sempre in prima persona. Non dice “sei tu”: dice “io”.
I fantasmi che ci appartengono
In questo modo, con la sua poesia Angelo ci parla dei suoi fantasmi, delle sue paure, della sua rabbia, delle sue ossessioni.
Che, però, non sono quelle di una monade, di un individuo (folle a suo modo) ma unico al mondo: i suoi versi sono potenti e raggiungono, colpiscono il lettore perché molti dei suoi fantasmi, delle sue paure, della sua rabbia, delle sue ossessioni non sono estranei – del tutto o in parte – al suo pubblico.
Ci saranno, e questo è sicuro, lettori che odieranno Angelo ma ce ne saranno altri che lo ameranno profondamente (per questo, sin dall’inizio ho parlato di un “suo” pubblico).
Quello che lo odieranno lo faranno per motivi a loro noti: quelli che lo ameranno lo faranno perché la voce di Angelo comunque attraversa con i suoi versi l’anima di chi ascolta.
La poesia di Angelo è capace di raggiungere, di colpire, di affondare, di affrontare, di fare male ad una parte profonda, ancestrale, ferina. E di richiamarla alla coscienza.
“Ma un giorno/- ne sono sicuro – /la terra/riassorbirà la morte,/e nascerà nuova vita…/e l’amore tornerà a piantarsi/come un chiodo a tre punte/nel cervello di chi vuole distrarsi/e compiere l’atto blasfemo/di costruire vita/sopra ai resti decomposti del futuro”.
È arrivato il momento di terminare questa presentazione che, se andasse ancora oltre, spoilerebbe troppo.
“È giunto: questo è il momento di scommettere”
Maurizio Lioniello